mercoledì 13 aprile 2016

La morte di Wolverine. L'evoluzione del personaggio Marvel che ha cambiato il mondo dei supereroi (3)

La seconda parte è qui.


Buon Natale X-Men! Un momento di relax prima della tempesta. Per la prima volta i nuovi X-Men in borghese (da X-Men n°98, aprile 1976)
Che capelli!
Nel numero 98 della collana X-Men inizia una lunga e intensa storia che culminerà nel celebrativo numero 100, ma che raggiungerà il suo apice nelle prime pagine del successivo con la nascita di uno dei personaggi più importanti di tutta l'epopea mutante, la straordinaria Fenice.[1]

Il vero volto di Wolverine. Burbero come sempre (da Capitan America n°120, Editoriale Corno)
La prima grande novità è già nella splash page del numero 98, una simpatica scena natalizia nella quale si vedono per la prima volta i nuovi X-Men in borghese. Kurt Wagner, grazie al marchingegno noto come "induttore di immagini", nasconde le sue fattezze da elfo blu e appare come un sosia di Errol Flynn, Sean e Moira iniziano a fare coppia fissa, Jean Grey e Scott si comportano come una coppia di fidanzati e Colosso e Kurt dimostrano un certo interesse per le belle ragazze (una di queste è Amanda Sefton, personaggio di cui si sentirà parlare molto in seguito).

Parlando di Wolverine non si può non notare che la sua prima versione senza maschera è quella che in sostanza rimarrà invariata per decenni. In particolare i capelli con i due lunghi ciuffi all'indietro, vagamente "aerodinamici", che ricalcano le appendici del suo copricapo da battaglia (che in realtà dovrebbero simulare le orecchie del ghiottone, o comunque di una belva feroce). Poi i lunghi basettoni e la sigaretta alla Clint Eastwood versione "Biondo" (Il buono, il brutto e il cattivo) e la truce faccia da bullo. Decisamente fuori posto è l'attaccatura dei capelli sulla fronte, che ricorda vagamente certi personaggi dei manga: una via di mezzo tra Astro Boy e Sonic in una non voluta anticipazione del Wolverine "giapponese" che impareremo a conoscere. In realtà dovrebbe simulare un minimo di stempiatura o dare al volto un aspetto più deciso, ma il risultato non è ancora soddisfacente. Nella nuova caratterizzazione grafica di Cockrum, Wolverine appare decisamente adulto, si capisce che ha già i suoi anni alle spalle, non è un giovincello di primo pelo.
Chris Claremont, in mezzo a storie già drammatiche e coinvolgenti, inizia a utilizzare gli elementi in stile soap opera che caratterizzeranno la sua lunga gestione dei mutanti X e che in parte ne faranno la fortuna. Cockrum si diverte con le citazioni facendo apparire, in mezzo alla folla che passeggia sotto la neve al Rockefeller Center, personaggi Marvel come Nick Fury e la sua compagna, la contessa Valentina Allegra de la Fontaine, ma anche persone vere come i creatori degli X-Men e di gran parte dell'Universo Marvel, Stan Lee e Jack Kirby. Scene di allegra spensieratezza che sono solo il prologo a una delle storie più drammatiche mai lette.

La bella e la bestia (la rossa e il ghiottone)
Gli X-Men vengono attaccati dalle Sentinelle di Stephen Lang. Un gruppo viene catturato e trasportato sulla vecchia stazione spaziale dello S.H.I.E.L.D. riconvertita in base per la nuova generazione di Sentinelle. Un altro gruppo si imbarca sullo Starcore, uno Space Shuttle sperimentale, per una disperata missione di soccorso grazie all'aiuto del dott. Peter Corbeau, un vecchio amico di Xavier. E' interessante notare che Cockrum utilizzò lo Space Shuttle nel 1976 quando nella realtà il volo inaugurale della celebre navetta spaziale nella NASA avvenne solo nel 1981. Peraltro Claremont aveva già usato Corbeau e la sua navetta nel 1972 in una storia di Hulk.

Stephen Lang colpisce Jean Grey e Wolverine si infuria. Per la prima volta si vedono gli artigli dell' X-Man uscire dal dorso delle mani. Ancora non sanguina come succederà in futuro. (da X-Men n°98, aprile 1976)

Per quanto riguarda Wolverine, la parte più interessante della storia si svolge a bordo della stazione spaziale dove Jean, Wolverine, Banshee e il prof. X sono prigionieri. In un dialogo tra Stephen Lang e uno dei suoi uomini si scopre che le Sentinelle hanno individuato la natura mutante del canadese, ma le analisi su di lui danno risultati contrastanti. Il mistero si infittisce. E' o non è un mutante? La seconda cosa che si scopre è che gli artigli gli escono dal dorso delle mani e non sono integrate nei guanti o nel costume giallo-blu come fino a quel momento si poteva immaginare. Nemmeno i suoi compagni lo sapevano. Peraltro è evidente che nessuno si sarebbe sognato di chiedergli qualcosa... Il tutto è condito da una gustosa scena tra Wolverine e la rossa Jean che è l'inizio di uno dei grandi tormentoni della serie, l'amore del canadese per la potente telecineta, il loro tormentato rapporto, che però non si realizzerà mai compiutamente, e il triangolo con Scott, fidanzato di Jean. Pennellate rosa in una mondo tutto nero e fosco. La terza grande novità sul ghiottone è che per la prima volta lo si vede sorridere.

Gli X-Men, e i lettori, apprendono che gli artigli di Wolverine non sono appendici esterne, ma sono "dentro" di lui. Il ghiottone aiuta la bella Jane a stare più comoda. Wolverine sorride, mai visto prima (da X-Men n°98, aprile 1976)

Nel numero 99 la storia continua piena di azione e scontri ma è solo l'antipasto per il 100° numero della collana mutante che presenterà ovviamente una sorpresa. Dalla terra arriva la cavalleria sullo Shuttle di Corbeau e così Lang sembra sconfitto. Ma ha un asso nella manica, gli X-Man originali! La vecchia, esperta e collaudata squadra di Xavier contro le nuove, inesperte e disarticolate reclute. I nuovi sono perplessi e si trattengono. Tempesta non capisce perché Jean ce l'abbia con lei, in quei primi mesi erano diventate amiche. La storia è una delle più belle tra quelle disegnate da Dave Cockrum.

X-Men contro X-Men. La spalsh page di X-Men 100

Se le danno di santa ragione per un bel pezzo, ma è proprio Wolverine che risolve la battaglia. Attacca Marvel Girl e la squarta con le sue lame sotto lo sguardo attonito dei suoi compagni. «Pazzo maniaco omicida!» gli dicono. Ma ha ragione lui: non si tratta di Jean Grey, ma di un robot, una versione avanzata delle Sentinelle realizzata sulle fattezze degli X-Men originali dei quali sono replicati i poteri. Della Marvel Girl fasulla rimane infatti solo un grumo di ferro e di circuiti elettrici. In breve le sorti dello scontro volgono a favore dei veri X-Men. La fine della storia è commovente e drammatica. Lo Shuttle è danneggiato e tornare sulla terra non sembra semplice, complice anche una tempesta solare che può portare solo problemi. Jean decide di sacrificarsi: solo lei può guidare la navicella a terra e salvare gli altri. La scena dell'addio a Scott e a Ororo è toccante. Anche Wolverine, con il suo consueto tatto, cerca di convincere la ragazza a desistere dal suo proposito, ma Jean non è in vena di discussioni. Il faccia a faccia tra i due è davvero epico.

Jean Grey si sacrifica per salvare gli X-Men, Wolverine cerca di dissuaderla, ma la rossa non è proprio dell'umore giusto  (da Capitan America n°122, Editoriale Corno, dicembre 1977)

L'ultima tavola, con l'apparente morte della coraggiosa X-Woman, è un piccolo capolavoro fumettistico. E' lei la vera protagonista di questa bellissima storia e si capisce perché Claremont avesse deciso di rimetterla in pista. Il cast di personaggi che gli era stato consegnato da Len Wein prevedeva una sola figura femminile nella squadra, quella Tempesta che era tutta da esplorare e in realtà da costruire. Jean Grey è già un personaggio tridimensionale, formato, di grande spessore e personalità. Sarà lei il fulcro di tutta la prima lunghissima fase che porterà la serie mutante in cima alla vetta del fumetto supereroistico americano.

La fine di Jean Grey sommersa dalla tempesta solare mentre cerca di portare in salvo i suoi amici. Il suo ultimo pensiero è per l'amato Sott (X-Men n°100)

La lunga storia consente a Claremont di approfondire tutti i personaggi. Con maestria, in poche e sintetiche vignette, riesce a mettere a fuoco la personalità di tutti i nuovi X-Men. Ma è soprattutto Wolverine che ne esce trasformato. Per la prima volta è protagonista e decide le sorti dello scontro. Attacca e "uccide" la Jean-Sentinella perché i suoi sensi lo avvisano che si tratta di un falso. Il suo cervello è bloccato dai poteri telepatici della X-Sentinella e allora si affida all'istinto animale. Lui conosce Jean (non ci è ancora stato rivelato che ne è innamorato, forse Claremont non l'aveva ancora deciso), l'ha toccata, l'ha ascoltata, ha sentito il suo odore pochi minuti prima e allora capisce: «Tu non sei Jean Grey!»

Wolverine manifesta i suoi istinti animali a attacca la X-Sentinella con le sembianze di Marvel Girl (da Capitan America n°122, Editoriale Corno, dicembre 1977)

C'è da dire che forse il sospetto poteva venire anche agli altri: Ciclope un minuto prima era lì e la sua versione robotica indossa il vecchio visore di quarzo-rubino e non quello nuovo e più elegante che Scott ha iniziato a usare in Seconda Genesi, Jean era lì anche lei con un vestito da sera stracciato, mentre la Jean robotica ha il vecchio e sexy costume e oltretutto ha i capelli lisci.
Comunque, l'autore lascia intendere che qualcosa dei misteriosi poteri mutanti di Wolverine sia legato a dei sensi iper-sviluppati. Sensi animaleschi, da predatore, come il ghiottone di cui porta il nome. Un cacciatore che non si fida solo dell'aspetto esteriore, ma riesce a percepire le sfumature. Questo è il nuovo Wolverine che X-Chris battezza in questa storia.

Continua nella quarta parte

Note
[1] I numeri 98, 99 e 100 della collana X-Men (data di copertina aprile, giugno e agosto 1976) furono pubblicati in Italia nei numeri 120, 121 e 122 del quattordicinale Capitan America dell'Editoriale Corno (novembre-dicembre 1977)

martedì 12 aprile 2016

La morte di Wolverine. L'evoluzione del personaggio Marvel che ha cambiato il mondo dei supereroi (2)

Dopo oltre un anno riprendo questa storia del più amato mutante marveliano.
La prima parte è qui.


Wolverine in una caricatura di Skottie Young (copertina di Savage Wolverine n°1, 2013, Marvel Comics)

Siamo in troppi...
Dopo lo storico Giant-Size X-Men n°1, pubblicato nel maggio del 1975, la serie regolare dei mutanti di Xavier ripartì qualche mese dopo con il n°94, dopo anni di ristampe e con periodicità bimestrale.[1] La storia successiva all'esordio dei nuovi X-Men era già stata abbozzata da Len Wein per un secondo numero del Giant Size che però non vide la luce. Venne così spezzata e pubblicata nei numeri 94 e 95 della collana regolare e venne attribuita al solo Chris Claremont visto che Wein era già sparito (fu accreditato solo come autore del plot).[2] Si tratta però di una storia fondamentale. A parte la battaglia con l'improbabile conte Nefaria, un aristocratico e nobile mafioso italiano, e i suoi Ani-Uomini, la storia, magistralmente disegnata da Cockrum e inchiostrata da Bob McLeod, si segnala per un immediato colpo di scena: l'abbandono di tutti i vecchi componenti degli X-Men che lasciano il professor Xavier basito e un po' deluso. In effetti c'era da aspettarselo, altrimenti sarebbe venuta meno l'idea originale di una nuova genesi per gli Uomini X. I membri fondatori del team sono diventati grandi, si sono diplomati e vogliono farsi una vita fuori dalla scuola. Hank "La Bestia" McCoy è già andato via da un po' e con la sua nuova pelliccia blu è nei Vendicatori, Bobby "Uomo Ghiaccio" Drake e Warren "Angelo" Worthington III hanno voglia di cambiare aria e sono pronti per esordire nei Campioni, Lorna "Polaris" Dane e Alex "Havoc" Summers non si sono mai sentiti a loro agio nelle vesti di super-eroi e ambiscono a una vita normale. Però se ne va anche Jean "Marvel Girl" Grey, la ragazza amata da Scott "Ciclope" Summers e, segretamente, dal prof. Xavier di cui è stata la prima e più fedele allieva.

Il professor Xavier apprende che i suoi pupilli hanno intenzione di lasciare gli X-Men. Wolverine, sempre più "bullo", riesce a rendersi subito antipatico e inizia uno dei suoi mille litigi con i compagni di squadra (X-Men n°94)
E' un duro colpo. Però Ciclope, che non sa cosa fare nella vita, decide di rimanere con il suo mentore e di non seguire la sua ragazza. La nuova formazione degli X-Men prevede quindi Ciclope come leader sul campo di questa nuova e sgangherata combriccola. Gli autori, fortunatamente, capiscono subito che così non funziona. Intanto ci sono troppe teste calde: Wolverine, Sole Ardente e il giovane Thunderbird sono uomini orgogliosi e refrattari all'autorità. Perciò il giapponese viene immediatamente congedato e al giovane pellerossa tocca di inaugurare uno dei filoni tipici della produzione mutante: la scomparsa di uno dei protagonisti. Thunderbird infatti muore alla fine del n°95, spinto a compiere una mossa sconsiderata dal suo orgoglio e dalla sua giovanile fragilità. E' un altro colpo di scena inimmaginabile. Dopo due numeri si assiste già alla morte di uno dei membri della squadra. Davvero un inizio che è indicativo di ciò che vivranno gli X-Men nei decenni successivi.

Thunderbird si lancia sul AV-8A Harrier (al tempo in dotazione al corpo dei Marines e magistralmente rappresentato da Dave Cockrum) e cerca di fermare il conte Nefaria. Poche vignette dopo l'aereo esploderà e così gli X-Men avranno il loro primo caduto sul campo (X-Men n°95)

Chi rimane alla fine? I tre membri più nuovi, Colosso, Tempesta e Nightcrawler, sono giovani e vengono immediatamente descritti con una carica positiva. Decidono di rimanere con Xavier perché capiscono che li potrà aiutare, non sanno come, ma si fidano. Banshee è più vecchio e saggio e ha bisogno di una nuova possibilità nella vita, così accetta anche lui di seguire il professore. Ciclope è il leader nato di questo gruppo e poi non sa davvero fare null'altro. E l'artigliato canadese? Beh, lui dice semplicemente che è meglio stare lì che passare il tempo nella noiosa base Alpha ad aspettare una chiamata. La maestria di Claremont è già evidente in questa prime vignette, ma su Wolverine la prende un po' larga, prende tempo. Non ha ancora capito cosa farci, ma lo tiene, capisce forse che nel personaggio c'è del potenziale. Ma le risposte non arrivano ancora. Che ci fa in mezzo ai mutanti? Che mutante è? Perché molla l'esercito canadese per andare dietro a un tizio che nemmeno conosce bene per diventare un X-Man? Non tutto quadra e la vicenda non regge bene, ma intanto ce lo teniamo.

Colosso salva Wolverine durante lo scontro con gli Ani-Uomini (X-Men n°95, Warhunt)

La prima vera storia dei nuovi X-Men ci offre un Wolverine ancora tutto da decifrare. Il disegnatore continua a mostrarcelo sempre in maschera e prima di vederlo "in borghese" ci vorranno mesi. Qualche novità però c'è. Ad esempio Wolverine inizia a chiamare Ciclope con il nomignolo "Cike" e sfida così l'autorità del leader. Si capisce subito che i due non si amano e questa idea sarà narrativamente sfruttata a lungo. Litiga con tutti e riesce sempre ad mostrarsi irritante e persino pericoloso. Il canadese non ne combina una giusta e appare comunque sempre defilato mentre gli altri, vignetta dopo vignetta, vengono sempre meglio caratterizzati. Wolverine appare a tratti imbranato e persino maldestro tanto da essere facilmente sconfitto nello scontro contro uno degli Ani-Uomini per la sua arroganza.

Interessante il fatto che durante la battaglia Cat-Man, l'Ani-Uomo con le sembianze di gatto, dice all'X-Man canadese «Pensi di essere un pezzo grosso con quegli artigli metallici. I miei artigli non sono finti, sono veri.» Davvero? Gli artigli di Wolverine sono finti? Tutto lascia intendere che si tratti di protesi metalliche alloggiate nei guanti. Si capisce ancora che gli autori non hanno le idee chiare, non hanno ancora deciso cosa è Wolverine.

Altra particolarità è che Wolverine, a differenza dei suoi compagni, non compare nemmeno nelle copertine dei numeri 94 e 95 di X-Men disegnate dal grande Gil Kane.

Mi piace fare quello che faccio
«Sono il migliore in quello che faccio. Ma quello che faccio non è sempre piacevole.» Questo è uno dei tormentoni tipici di Wolverine in tutti i suoi anni di carriera. Questa frase l'abbiamo letta decine di volte, ma le sue origini si possono trovare nella storia pubblicata sul numero 96 della serie regolare degli X-Men.[3] La vicenda è semplice: il cordoglio per la morte di James Proudstar porta Ciclope a risvegliare inavvertitamente un brutto e cornuto demone che alloggia nelle vicinanze della Xavier's School for Gifted Youngsters. La battaglia si risolve a favore dei nostri mutanti grazie all'intervento risolutore di Tempesta, ma anche grazie a un primo esempio di lavoro di squadra. Wolverine è protagonista dello scontro quando assale il demone con inaudita violenza sfoderando le sue lame e affettandolo selvaggiamente. L'esplosione di rabbia è devastante. Il canadese alla fine pronuncerà una frase memorabile davanti ai suoi attoniti compagni:
«Dieci anni di psicoterapia, ipnosi, droghe. Dieci anni di preghiere... e l'ho fatto a fette senza pensarci due volte. Non è cambiato niente professore. Pensavo di aver imparato a controllarmi. Credo di essermi sbagliato. E volete sapere una cosa buffa? Sono contento!»
La sequenza in cui Wolverine affronta il demone N'Garai (X-Men n°96)

Questa è la prima storia in cui Chris Claremont ha il completo controllo creativo della trama (anche se nei credits è citato un aiutino da parte di Bill Mantlo). Lo si avverte subito e infatti è la prima volta in cui Wolverine rivela qualcosa di sé. Se ne possono dedurre varie cose: Wolverine è stato addestrato, si deve pensare dal governo canadese, per dieci anni a combattere in modo controllato. Un uomo dotato di istinti omicidi che è stato drogato, psicanalizzato, ipnotizzato e così forgiato per controllare la propria rabbia e convogliarla in combattimento. L'Arma-X che è stata mandata a battersi contro Hulk è uno psicopatico riconvertito. Ma la sua natura è tornata a galla appena ha potuto liberamente dare sfogo al suo istinto. Per fortuna l'ha fatto contro un mostro non umano, ma la scena è comunque notevole. Mai si era vista tanta violenza in un fumetto di super-eroi.

Ma le avvisaglie si erano viste qualche pagina prima, quando Wolverine aggredisce violentemente il povero Nightcrawler durante un allenamento nella mitica Stanza del pericolo. Fortuna che l'elfo con la pelle blu è capace di teletrasportarsi. Banshee lo apostrofa: «Ragazzo, vacci piano, potevi ucciderlo» e Wolverine di rimando «Sì, lo so.» Un simpaticone. Buffo che Banshee consideri il canadese un "ragazzo" più giovane di lui.

Gli allenamenti nella Stanza del pericolo sono sempre un po' movimentati (X-Men n°96)

Ma non è finita. Lo scrittore inglese mette sul piatto un lungo menù di novità. Introduce i primi comprimari nel cast e inizia le prime sotto-trame che si svilupperanno nei mesi e addirittura negli anni successivi. Arriva Moira MacTaggert, la nuova misteriosa governante della villa, che dimostra subito di essere qualcosa di più di una semplice collaboratrice familiare; Xavier inizia a dare segni di squilibrio e ha bisogno di ferie; si profila dietro le quinte una minaccia per gli X-Men, uno scienziato mezzo matto che vuole sterminare il genere mutante rispolverando il progetto delle Sentinelle, i robottoni caccia-mutanti che già in passato avevano dato filo da torcere ai nostri eroi. Insomma, la saga degli X-Men inizia a prendere forma e il clima è già nebuloso e pesante.

Il numero successivo della serie è ancora più ricco. Ricompaiono Havoc e Lorna, rapiti e resi schiavi dalla nuova minaccia di Eric il Rosso; ricompare Jean Grey, in borghese ma pronta evidentemente a rivestire un ruolo importante nel cast; i personaggi di Tempesta, Colosso e Nightcrawler vengono sempre meglio caratterizzati; si inizia a capire qualcosa di più su Moira. Ma soprattutto arrivano gli Shi'Ar...[4]
Per Wolverine lo spazio è poco e il suo unico intervento è un litigio con Ciclope dal quale esce scornato.

Continua nella terza parte

Note
[1] La collana era intitolata originariamente The X-Men. Divenne semplicemente X-Men con la nuova formazione e le nuove storie inedite per far posto allo slogan All new, all different. In seguito divenne Uncanny X-Men, titolo con cui è maggiormente nota.
[2] I numeri 94 e 95 della collana X-Men erano datati agosto e ottobre 1975 e furono pubblicati in Italia nei numeri 116 e 117 del quattordicinale Capitan America dell'Editoriale Corno (settembre-ottobre 1977) e poi ristampate molte volte, ad esempio in X-Men Classic della Marvel Italia negli anni '90.
[3] X-Men n° 96, data di copertina dicembre 1975. Prima pubblicazione italiana n°118 di Capitan America,Editoriale Corno, ottobre 1977.
[4] X-Men n° 97, data di copertina febbraio 1976. Prima pubblicazione italiana n°119 di Capitan America,Editoriale Corno, novembre 1977.

venerdì 13 marzo 2015

La morte di Wolverine. L'evoluzione del personaggio Marvel che ha cambiato il mondo dei supereroi

Un'iconica versione di Wolverine disegnata dal grande Arthur Adams.


Wolverine è morto.
Ok, lo sappiamo, sarà per poco, tra un annetto o due la Marvel lo farà ritornare in pompa magna. Non è la prima volta e non sarà nemmeno l'ultima. Soprattutto gli X-Men e i gli altri mutanti sono morti quasi tutti svariate volte. Il Professor X almeno tre, Jean Grey due, poi Colosso, Nightcrawler, Magik, ecc. La morte è sempre stata parte della tragica epopea dei "figli dell'atomo". Ce l'hanno nel sangue, in quel DNA impazzito che li ha resi mostri temuti e odiati dai normali Homo sapiens.

Nel 2015 è uscita in Italia per i tipi della Panini Comics la prima parte della miniserie Death of Wolverine. Non l'ho letta, lo farò, ma curiosamente in questi giorni mi ero messo a far ordine ai miei vecchi albi e ho iniziato a rileggere le vecchie storie degli X-Men a partire dalla celebre Seconda genesi che rappresentò l'inizio della nuova e rivoluzionaria incarnazione del gruppo mutante a metà degli anni '70 e nella quale fece il suo vero esordio l'artigliato mutante canadese.
Oggi di Wolverine sappiamo tutto perché, nell'arco di 40 anni, gli autori della Casa delle Idee ci hanno spiegato in tutte le salse la sua storia e il suo passato, in una continua mescolanza di ricordi veri, falsi e presunti. Le sue origini, quelle vere, sono rimaste un mistero per tre decenni. Nessuno, nemmeno il grande Chris Claremont, aveva veramente voglia di metterci mano. Troppo rischioso sbagliare mira e scontentare i lettori. La domanda "chi è veramente Wolverine?" è stato uno dei più celebri tormentoni del fumetto supereroistico.

Leggendo le prime storie ho seguito da vicino l'evoluzione di colui che abbiamo poi scoperto chiamarsi Logan, poi James Howlett, con una pletora di mogli, amanti e figli, con mille battaglie alle spalle e con un mare di nemici mortali, senza che se ne ricordasse fino a che qualche scrittore della Marvel ha deciso di illuminare il suo passato, a noi lettori e anche a lui, il protagonista.
All'inizio però non era così, di Wolverine non si sapeva nulla se non che indossava un improbabile costume giallo-blu, una maschera con le orecchie e dei baffi disegnati sotto il naso, che dalle sue mani spuntavano degli artigliacci metallici poco rassicuranti e che era canadese, o per lo meno lavorava per l'esercito canadese (ma davvero il Canada ha un esercito?).

Un vero bullo... ecco "The Wolverine"! (The Incredible Hulk n°180)

Ripercorriamo perciò la carriera editoriale di Wolverine a partire dalla sua prima apparizione, per scoprire come, albo dopo albo, il personaggio si è evoluto fino a diventare l'onnipresente protagonista di tutte o quasi le uscite mensili della Marvel.

Arma X
Un Gulo gulo nel suo ambiente naturale.[1]
Wolverine fu creato dallo scrittore Len Wein e dal disegnatore Herb Trimpe come antagonista del gigante di smeraldo, il potente Hulk, comparendo nell'ultima vignetta del n°180 del mensile The Incredible Hulk datato ottobre 1974. La storia è semplice: Hulk, come di consueto, scorrazza incontrollato in giro per il Nord America cercando di sfuggire a tutti quelli che gli danno la caccia e inconsapevolmente sconfina in Canada. L'esercito canadese lo intercetta e gli scatena contro l'Arma X, cioè il suo "super-soldato" o "super-agente" o "super-quellochevolete", un tizio mascherato dall'aria un po' burbera e poco incline alle buone maniere a cui era stato dato il nome di un feroce mustelide carnivoro tipico delle foreste di conifere artiche e sub-artiche, il ghiottone, scientificamente noto come Gulo gulo.
Wein era un giovane autore da poco arrivato alla Marvel, con una già bella esperienza nel mondo dei comics e che aveva al suo attivo un mucchio di storie per la DC Comics per la quale aveva creato il personaggio di Swamp Thing. Trimpe era invece un veterano che da molti anni disegnava la serie regolare del "Golia Verde". In realtà il progetto grafico di Wolverine pare sia opera di John Romita che all'epoca era l'art director della casa editrice.[2]

Pubblicità del n°181 di The Incredible Hulk.

La vignetta finale del n°180 è però solo l'introduzione al numero successivo, nel quale l'artigliato canadese si intromette nella sontuosa scazzottata tra Hulk e la mitica creatura nota come Wendigo, un gigante bianco e pelosone che è in qualche modo il corrispondente nord-americano dello Yeti, l'"abominevole uomo delle nevi".[3]

Ed ecco... Wolverine, da L'Uomo Ragno n°193, Editoriale Corno, settembre 1977.

In queste prime vignette Wolverine saltella a destra e a manca cercando di colpire prima uno e poi l'altro gigante. Gli artigli di adamantio, che in questa prima versione non sembrano essere retrattili, riescono persino a ferire Wendigo. Nel disegno di Trimpe non c'è sangue, ma le lame sembrano ferire il peloso avversario. All'epoca nei fumetti Marvel non c'era posto per immagini truculente, splatter, di sangue sgorgare dalle ferite non se ne vedeva ancora, ma l'immagine di un uomo che provoca una vera ferita, peraltro ben nascosta sotto la pelliccia di Wendigo, rappresentava un'importante novità. Nell'ingenuità generale della storia si trattò di un piccolo sconvolgimento dei canoni narrativi del mondo dei comics supereroistici. Lo stesso Wolverine rappresentò una novità in tal senso: un personaggio che utilizzasse armi offensive così palesemente violente non si era forse mai visto, per lo meno nei fumetti Marvel. E Freddy Krueger sarebbe arrivato 10 anni dopo.

Tutti nuovi, tutti diversi
A metà degli anni '70 la Marvel iniziò ad accorgersi che il mercato internazionale era un affare interessante. In Italia, ad esempio, si era nell'epoca d'oro dell'Editoriale Corno guidata da Luciano Secchi, che aveva nei super-eroi americani pubblicati su licenza uno dei suoi cavalli di battaglia. La Casa delle Idee decise perciò di cavalcare l'onda e di mettere in cantiere una serie dedicata a un gruppo internazionale, formato da eroi provenienti dai paesi in cui le sue storie venivano pubblicate e avevano successo. Nel frattempo alla Marvel si erano accorti di un fatto insolito. La testata bimestrale The X-Men era stata congelata nel 1970 quando aveva smesso di presentare le storie inedite del primo gruppo mutante creato da Stan Lee e Jack Kirby. La collana non era stata però sospesa ed era rimasta in vendita, continuando la numerazione originale, presentando solo ristampe di vecchie storie. Nonostante ciò era rimasta a galla e continuava a sostenersi da sola, con risultati di vendita inattesi e a volte anche superiori di quelli di alcune serie regolari che presentavano storie nuove. Inoltre gli X-Men, orfani della loro serie regolare, continuavano ad essere accolti molto bene dai lettori nelle loro frequenti incursioni negli albi di altri personaggi. Roy Thomas, al tempo editor-in-chief (cioè il curatore/redattore responsabile delle pubblicazioni della casa editrice), succeduto in questo ruolo al "sorridente" Stan, decise di mettere insieme le due cose e diede incarico a Len Wein di rifondare gli X-Men con una formazione internazionale in grado di attirare i lettori stranieri. Nel frattempo proprio Wein sostituì un Thomas oberato di lavoro nel ruolo di editor-in-chief e, pur non entusiasta, si mise al lavoro. Come disegnatore fu scelto Dave Cockrum, da poco arrivato dalla DC Comics dove aveva realizzato con ottimi risultati molte storie della Legione dei Super-Eroi della quale aveva ridefinito l'aspetto grafico e il disegno dei costumi.

Giant-Size X-Men n°1, maggio 1975, copertina di Gil Kane e Dave Cockrum

I due iniziarono a stilare un elenco di personaggi per questi nuovi e internazionali X-Men. Furono rispolverati due vecchi personaggi apparsi nelle storie del gruppo di Xavier negli anni '60, il giapponese Sole Ardente e l'irlandese Banshee. Cockrum rispolverò alcune idee che gli erano state rifiutate per la Legione e creò il diavoletto Nightcrawler (localizzato come tedesco almeno nel nome, Kurt) e Tempesta (ragazza di colore originaria, almeno inizialmente, del Kenia). Poi furono creati Thunderbird, un giovane Apache, e Colosso, proveniente dalla Siberia. Len Wein aveva già un personaggio non statunitense a disposizione e così pensò a Wolverine che, dopo l'esordio contro Hulk, non era più stato utilizzato.
Ne venne fuori una formazione che non era molto aderente alla mission iniziale. Ok per il Canada, paese dove c'era certamente un buon numero di lettori marveliani, passi pure il Giappone, dove qualcosa era già apparso. Per il resto il mercato internazionale della Casa delle Idee fu solo sfiorato. Nightcrawler non aveva nulla che lo caratterizzasse come tedesco, salvo l'accento e il nome, Thunderbird serviva solo a strizzare l'occhio ai, probabilmente non moltissimi, nativi-americani che leggevano le storie di super-eroi. Non si capisce a cosa servissero un personaggio africano e uno russo (in piena epoca sovietica) nell'ottica di sviluppare il mercato internazionale. Davvero un ragazzo russo si sarebbe potuto riconoscere in Piotr Rasputin? Anzi, esistevano ragazzi russi che potevano all'epoca leggere le sue storie? La scelta dei nomi poi era l'ennesimo segnale di un certo provincialismo tipico degli americani: Kurt Wagner, Piotr Rasputin (Romanov era già occupato dalla Vedova Nera), Ororo Munroe, John Proudstar, Sean Cassidy e Shiro Yoshida. La fortuna volle che a Wein e Cockrum non venne in mente di creare un X-Man italiano: l'avrebbero forse battezzato Giuseppe Corleone o Santino  Mussolini e sarebbe stato un gondoliere il cui potere era quello di lanciare pizze energetiche alle acciughe...
Tanti stereotipi per un gruppo male assortito e improbabile che però fu fatto esordire nello storico albo Giant-Size X-Men n°1 pubblicato nel maggio del 1975.[4] Il successo non fu certamente clamoroso e Wein fu criticato all'interno della Marvel per aver deluso le aspettative. Pensò bene di svignarsela lasciando quella che ormai era una patata bollente nelle mani di Chris Claremont. Fu una gran fortuna e l'inizio di una storia fantastica.

Wolverine si appresta ad incontrare il Professor X, da X-Men Classic n°1, Marvel Italia, ottobre 1995

Snikt!
Nelle pagine di Seconda genesi!, così si intitola la storia della rinascita degli X-Men, Cockrum introdusse una versione di Wolverine più moderna e ne modificò in parte il costume (soprattutto la maschera, eliminando gli antiestetici baffetti). Il Professor X è in cerca di un gruppo di mutanti che lo aiutino a ritrovare gli X-Men originali scomparsi. Li contatta uno ad uno e si reca in Quebec, in una base segreta del governo canadese, dove riesce inopinatamente a convincere l'Arma X a seguirlo. Wolverine si rivela subito scontroso e intrattabile. Particolare degno di nota è che già dalla prima vignetta Wolverine appare con gli artigli "a riposo" e i suoi guanti non presentano le caratteristiche alloggiature che invece compaiono nelle successive. Wolverine rassegna le dimissioni tagliando la cravatta del povero maggiore Chasen con uno dei suoi artigli estratto dal dorso della mano al suono del caratteristico Snikt! che diventerà uno dei suoi marchi di fabbrica.
Durante l'incursione della nuova squadra sull'isola di Krakoa Wolverine dà prova di saper usare i suoi artigli e attacca selvaggiamente un granchio gigante dalle intenzioni peraltro poco pacifiche. Per il resto il burbero canadese non ha un ruolo da protagonista nella storia, ma nelle poche vignette in cui compare ne viene delineato a sufficienza il carattere. Alla fine della storia però rimangono molte domande in sospeso. Si è scoperto che Wolverine ha questi sei artigli metallici che gli escono dal dorso delle mani a comando. E' certamente un soggetto addestrato e allenato al combattimento e non ha paura di usare le sue armi, anzi, sembra che la cosa gli provochi una certa soddisfazione. E' un mutante, lo dice Xavier. Ma qual è il suo potere mutante? Lo stesso Xavier incontrandolo sostiene di conoscere solo in parte in suoi poteri. Wein non si sbilancia e il segreto di Wolverine, insieme a molti altri, rimarrà tale per molti anni. La cosa strana è che nessuno degli altri X-Men sembra interessarsi della cosa.

Continua nella seconda parte.

Note
[1] Immagine di Jeffrey C. Lewis disponibile nel pubblico dominio. Da Wikimedia Commons.
[2] Lo afferma lo stesso Herb Trimpe in un'intervista.
[3] La prima avventura di Wolverine apparve nei numeri 180, 181 e 182 di The Incredible Hulk pubblicati in Italia nei numeri 192, 193 e 194 del quattordicinale L'Uomo Ragno dell'Editoriale Corno (settembre-ottobre 1977).
[4] La storia fu pubblicata in Italia nei numeri 114 e 115 del quattordicinale Capitan America dell'Editoriale Corno (agosto-settembre 1977) e poi ristampata molte volte, ad esempio, insieme alle storie successive della testata Uncanny X-Men (nome che prese la testata X-Men dopo qualche anno), in X-Men Classic della Marvel Italia negli anni '90.

martedì 21 febbraio 2012

Marisa Monte - O que você quer saber de verdade

Un nuovo album di Marisa Monte esce a distanza di cinque anni e mezzo dai precedenti lavori della cantante di Rio. Nel marzo del 2006 la Monte pubblicò in contemporanea due bellissimi dischi, Infinito particular, dalle sonorita pop più vicine al sound dei suoi Tribalistas, e Universo ao meu redor, dedicato al samba. Poi una lunga tournée e l'immancabile documentario/concerto su DVD. Marisa nel frattempo è diventata mamma per la seconda volta e ha dedicato gran parte del suo tempo alla famiglia (com'è giusto che sia) salvo una parentesi di produzione cinematografica per il film documentario dedicato alla sua scuola di samba e alla Velha Guardia da Portela.

Il nuovo album non è 'sto gran che. Principalmente è formato da canzoni leggerine, anche se molto orecchiabili e delicate, Marisa Monte si era sempre segnalata per la sua innata capacità di rendere prezioso il suo modo soffuso e profondo di interpretare ogni repertorio, che fosse samba o pop vicino ai gusti occidentali (si dovrebbe dire "pop d'autore"), ma anche per la ricerca sonoro intrapresa a partire dalla sua lunga collaborazione con Arnaldo Antunes e Carlinhos Brown, sfociata nel progetto Tribalistas e nei suoi notevoli dischi del 2006. Ora queste doti sembrano un po' sottotono. Le nuove canzoni mancano della capacità di incidere; gli arrangiamenti, sempre impeccabili ci mancherebbe, sono un po' troppo di maniera e mancano di un filo conduttore preciso, verrebbe da dire che mancano di personalità. Il disco è stato criticato per i testi apparentemente troppo leggeri, troppo "sentimentali", ma questa è una critica un po' inutile, la Monte ha registrato decine di splendide canzoni un po' "sempliciotte", ma è sempre riuscita a dar loro un tono e una personalità inarrivabili. Caso mai è proprio l'approccio della cantante che non riesce a far breccia. Avrebbe potuto anche interpretare Dylan o Veloso o Chico, poco sarebbe cambiato. Persino la voce della cantante carioca sembra aver perso smalto. Il suo timbro profondo, leggero, un po' nasale e seducente era sempre stato il suo marchio di fabbrica. Oggi sembra rimasta solo la leggerezza, che manca però di profondità.

L'industria discografica ci ha ormai abituato a parentesi infinite nella realizzazione di nuovi dischi dei più importanti artisti. Come minimo devono passare tre anni per vedere un nuovo lavoro di un musicista o di un gruppo di successo, altrimenti si fanno concorrenza all'interno della stessa scuderia discografica. Realizzare un nuovo disco oggi richiede anni (e io che pensavo che la tecnologia aiutasse i produttori a far prima). Nel caso di Marisa Monte ne sono passati più di cinque. Troppi. In tutto questo tempo ti dimentichi la tua arte, il tuo talento si assopisce. Ok, hai il tempo di farti venire qualche buona idea (la carenza di idee è una costante della musica leggera moderna), ma finisci per perdere il treno dell'ispirazione. Inoltre, nel caso della Monte, credo che sia iniziato il normale declino artistico. Lei è in giro da più di vent'anni, ha realizzato dei veri capolavori e abbiamo avuto modo di amarla. Per quanto mi riguarda ha il diritto di cantare i suoi vecchi successi e noi abbiamo il diritto di pretenderli da lei. Non è sempre una questione di ripetitività, non è scandaloso per un grande artista pescare e riproporre il meglio della sua arte: in realtà è modestia e realismo. Sia chiaro, io un altro disco come O que você quer saber de verdade non lo compro più. Mi ascolto Infinito particular e Verde, anil e amarelo.

O que você quer saber de verdade è un album della cantante brasiliana Marisa Monte, pubblicato nel 2011.

Il disco


O que você quer saber de verdade è stato pubblicato dopo oltre cinque anni dai precedenti lavori in studio di Marisa Monte, Infinito particular e Universo ao meu redor, entrambi del 2006.

Tracce
  1. O que você quer saber de verdade - 2:22
  2. Descalço no parque - 2:48
  3. Depois - 2:54
  4. Amar alguém - 3:04
  5. O que se quer - 2:47
  6. Nada tudo - 3:15
  7. Verdade, uma ilusão - 4:14
  8. Lencinho querido (El panuelito) - 3:20
  9. Ainda bem - 3:36
  10. Aquela velha canção - 3:21
  11. Era óbvio - 4:19
  12. Hoje eu não saio não - 2:54
  13. Seja feliz - 2:58
  14. Bem aqui - 3:36
Formazione
  • Marisa Monte - voce, produzione
  • Dadi - chitarra, co-produzione
Edizioni
  • 2011 - CD, Phonomotor Records EMI Records 50999 0852942 8
Singoli
  • 2011 - Ainda bem, Download digitale, Phonomotor Records EMI Records
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lunedì 20 febbraio 2012

Il miglior disco di Bruce Springsteen? Sorpresa, è un bootleg



Nella terra promessa del rock


Quando mi chiedono qual è il mio disco preferito di Bruce Springsteen devo sempre pensarci un momento. Di solito faccio mentalmente la carrellata degli album del Boss e penso a Darkness o a The River, ma poi mi vengono in mente queste parole:
«This next song, is the saddest song we're gonna play all night.
Matter of fact, we don't usually even play this song any more because I can't get through it without crying.
You wanna know why? Well, I'll tell you why.
I wasn't always this useless empty shell of a man you see in front of you.
I was in love once...
I had a girlfriend...
We ran away from her mother and father and we came to California... and then she ran away from me.
So ever since that day I've been looking, I've been searching...
I've been on a nationwide hunt disguised as a rock and roll tour.
You see, and don't tell nobody this, alright? You see, I'm not really, I don't really play this guitar, see, what I really am is I'm a private detective.
And I've been looking, I've been searching, and so if you're here tonight....
Rosie....come back!»
Con questo breve ed evocativo monologo Springsteen introduce uno dei suoi cavalli di battaglia, la splendida Rosalita (Come Out Tonight). Il luogo è il Winterland Ballroom di San Francisco, in California, il teatro fondato da Bill Graham al posto di una pista di ghiaccio per farci suonare i migliori gruppi rock dell'epoca (i primi furono i campioni della città della baia, i Jefferson Airplane). Il giorno è il 15 dicembre del 1978, data che passerà alla storia della musica.

 Rosalita al Winterland di San Francisco il 15 dicembre 1978.

A questo punto uno potrebbe chiedere: «In quale disco di Springsteen la trovo questa versione di Rosalita?» A rigore la risposta dovrebbe essere: «In nessuno». Non c'è nessun album della corposa discografia del cantautore del New Jersey che la contiene. Bisogna cercare altrove. Bisogna cercare nella immensa raccolta di dischi pirata che da decenni è croce e delizia dei suoi fan più puri e duri.

Bruce Springsteen aveva pubblicato il suo celebre quarto album nel giugno del 1978. Darkness on the Edge of Town fu il disco della conferma, il più sofferto e ispirato tra quelli che aveva realizzato, da molti considerato il suo capolavoro. La E Street Band aveva trovato la sua formazione definitiva e ideale con l'arrivo di "Miami" Steve Van Zandt che il Boss aveva voluto alla co-produzione dell'album. Dal maggio del 1978 fino al gennaio dell'anno successivo la band intraprese un lunghissimo tour in giro per gli Stati Uniti. Fu grazie a questo tour che Springsteen iniziò a diventare un vera leggenda del rock. I concerti erano potenti, lunghissimi e travolgenti. La band era veramente in stato di grazia, il repertorio era vastissimo, impreziosito dalle ballate dell'ultimo album e da momenti di puro divertimento rockettaro, ma soprattutto dalla lunga lista di inediti che Springsteen aveva messo in scaletta. Canzoni scartate per vari motivi da Darkness e che trovarono la loro giusta collocazione nei concerti. Springsteen e la sua band avevano provato e inciso cinquanta e più canzoni durante le lunghe session di Darkness a partire dalla primavera del 1977. Celebri canzoni come Because the Night, Fire, Rendezvous, The Promise furono registrate, ma furono poi escluse dal disco insieme ad altre che furono poi incluse nel successivo The River del 1980. Tutte furono interpretate nei concerti del 1978 insieme a molti classici del rock'n'roll, a trascinanti twist e a cover di pezzi che Springsteen ascoltava da giovane.

Bruce Springteen ha tanti pregi, ma un suo difetto è forse il modo in cui sceglie la scaletta dei suoi album! Nel caso di Darkness il Boss lasciò da parte alcune canzoni che poi divennero leggendarie tra i suoi fan, forse proprio perché era possibile ascolarle solo dal vivo, nei bootleg, o nell'interpretazione di altri artisti (si pensi alla bellissima Because the Night nella versione della poetessa del rock, Patti Smith). Solo con il suo primo album live, il quintuplo uscito nel 1986 alcune di queste canzoni furono pubblicate in veste ufficiale. Per The Promise fu necessario aspettare ancora molti anni. Di fatto fino al 2010, quando Springsteen pubblicò l'album omonimo che conteneva gli outtakes e le gemme dimenticate delle sessioni di Darkness (anche se la canzone era stata reincisa nel 1999 per la raccolta di inediti 18 Traks in versione acustica).

Il 15 e il 16 dicembre del 1978 la band suonò al Winterland di San Francisco. Il primo concerto fu registrato in modo professionale per essere trasmesso da una radio FM locale, la KSAN di San Mateo. Dopo pochi mesi le registrazioni erano già in circolazione dando vita ad un fenomeno non nuovo, ma che iniziava in quel periodo a diventare importante. Le registrazioni pirata fino ad allora circolavano solo tra gli intenditori, tra gli appassionati più incalliti. Dopo il Winterland i bootleg iniziarono a diffondersi in modo più ampio anche tra gli ascoltatori meno fanatici.
Il concerto del Winterland del 15 dicembre comparve presto in un triplo LP che ebbe una tiratura non tracurabile. Ne esitono varie versioni, su vinile e poi su CD. Una delle più importanti e conosciute è un bootleg francese di 3 LP che in copertina riporta il titolo Bruce Springsteen & The "E" Streeters - Winterland 1978 (con l'evidente storpiatura del nome della band) e sul retro recita Live in the Promised Land dal titolo di una delle canzoni di Darkness.

Ecco, quando penso al miglior disco di Springsteen penso a Live in the Promised Land. Non succede solo a me. Lo dicevano anche i giornalisti (fanatici del Boss) che nei primi anni '80 scrivevano sulla rivista Il Mucchio Serlvaggio.

La prima volta che ebbi modo di ascoltare il concerto del Winterland fu tramite una C-60 acquistata in un negozio di dischi che all'epoca, forse il 1981, non si faceva problemi a vendere bootleg, su vinile o su nastro. Quella versione era incompleta, conteneva solo una parte del bootleg, ma divenne presto il mio disco (anche se era una cassetta) preferito. La lunga Detroit Medley divenne uno dei miei pezzi preferiti di Springsteen, insieme a Raise Your Hand di Steve Cropper e alla già citata Rosalita (che, come nel bootleg, era divisa a metà tra un lato e l'altro del nastro). «Rosie... Come back!» divenne il mio urlo di battaglia.

Quando nel 1986 fu pubblicato il quintuplo dal vivo di Springsteen con la E Street Band non potei nascondere un po' di delusione (come peraltro accadde a molti appassionati del Boss). Il disco mancava totalmente della poesia di Live in the Promised Land. Mancava l'energia, mancavano i monologhi, le dediche, le introduzioni alle canzoni, momenti che rendevano speciali i concerti, mancava la rabbiosa introduzione chitarristica di Prove It All Night, mancava The Promise (canzone che fu suonata qualche volta durante il tour del 1978, ma non al Winterland, e poi dimenticata).

Fu anche per la delusione provata dall'ascolto di Live 1975/85 che mi misi a ricercare bootleg di Springsteen e in particolare la versione completa di Live in the Promised Land. Nel 1991 allegato alla rivista musicale italiana UNO fu distribuito un CD intitolato Live at Winterland con una parte della registrazione del concerto del 15 dicembre 1978. Mancavano però Rosalita e Prove It All Night, ma soprattutto la qualità della registrazione era pessima. Col tempo sono riuscito a procurarmi qualche altro spezzone del concerto, ma fu solo con l'avvento di internet che mi fu possibile mettere le mani su una versione completa di Live in the Promised Land.

Live in the Promised Land non può mancare in una discografia del Boss che si rispetti. Oltre alla introvabile versione su vinile, il bootleg è stato reso disponibile in varie versioni su CD con vari e diversi titoli, spesso completate da registrazioni di altri concerti. Ne esiste addirittura una che vanta di essere la versione "rimasterizzata" per il venticinquennale del concerto, realizzata, immagino, da un fan incallito e un po' pazzoide che ha perso del tempo per ripulire digitalmente le registrazioni originali, magari utilizzando un qualche applicativo software non professionale, ma ottenendo comunque un risultato più che apprezzabile (chissà perché in questa versione manca tutta l'intruduzione parlata di Rosalita).

Quando Bruce e il suo entourage decideranno di pubblicare una versione "ufficiale" del concerto del Winterland, rimasterizzata professionalmente, sarà sempre troppo tardi. Intanto accontentiamoci della versione "pirata", uno dei bootleg più famosi della storia, testimonianza di uno dei tour più famosi della storia. Sul Tubo si trova tutto...

N.B. Sul Tubo è possile anche trovare i filmati in bianco e nero, di pessima qualità, ma di grande fascino, del concerto tenuto il 19 settembre 1978 a Passaic, nel New Jersey. Per certi aspetti quel concerto (a cui seguirono altre due date sempre al Capitol Theater della cittadina al di là dell'Hudson) è anche meglio di quello del Winterland. Anche in questo le registrazioni, di altissima qualità sonora, sono disponibili in un bootleg intitolato Passaic Night.


Prove It All Night con la celebre introduzione di chitarra a Passaic il 19 settembre 1978.

N.B. 2 In generale esistono diversi bootleg di Springsteen che varrebbe la pena di possedere anche prima di alcuni dei dischi ufficiali pubblicati dalla Columbia. Oltre a Live in the Promised Land e Passaic Night ce ne sono altri del tour del 1978 come Oh, Boy e The Firecracker Show (registrato a capodanno). Imperdibili sono però anche alcuni bootleg della successiva tournée del biennio 1980-81, quando l'introduzione dei brani di The River contribuì a rendere la scaletta dei concerti ancora più esplosiva. Di particolare rilevanzale registrazioni dei concerti del tour europeo del 1981 impreziositi da un pubblico ancor più esaltato di quello americano.

La scaletta
La versione su triplo vinile di Live in the Promised Land contiene le seguenti canzoni.
  1. Badlands
  2. Streets of Fire
  3. Spirit in the Night
  4. Darkness on the Edge of Town
  5. Factory
  6. The Promised Land
  7. Prove It All Night
  8. Racing in the Street
  9. Thunder Road
  10. Jungleland
  11. The Ties That Bind
  12. Santa Claus Is Coming to Town
  13. The Fever
  14. Fire
  15. Candy's Room
  16. Because the Night
  17. Point Blank
  18. Mona - She's the One
  19. Backstreets
  20. Rosalita
  21. Born to Run
  22. Detroit Medley
In alcune versioni del bootleg prima di Badlands è citata una traccia introduttiva (con la presentazione del concerto da parte di Bill Graham). Nella versione su vinile Rosalita è divisa in due parti (corrispondenti alla fine e all'inizio delle due facciate del terzo LP). Sempre nela versione in vinile è presente una intervista radiofonica a Springsteen, realizzata nei giorni precedenti alla sue permanenza a San Francisco da parte della KSAN.
Badlands, Streets of Fire, Darkness on the Edge of Town, Factory, The Promised Land, Prove It All Night, Racing in the Street e Candy's Room provengono dall'album Darkness. Spirit in the Night (che non sempre veniva suonata durante il tour) proviene dal primo album del Boss. Thunder Road, Jungleland, She's the One, Backstreets e Born to Run provengono da Born to Run del 1975.
Fire, Because the Night, Point Blank e The Ties That Bind sono canzoni "scartate" da Darkness. Le ultime due furono poi recuperate per il successivo album The River. Fire fu esclusa dall'album del 1978 perché era stata incisa in versione quasi punk lo stesso anno da un certo Robert Gordon e in una versione quasi disco-music dal trio vocale delle Pointer Sisters in un singolo che arrivò alla seconda posizione di Billborad. Il Boss preferì quindi escluderla da Darkness in favore di canzoni inedite, ma continuò per anni a suonarla dal vivo nella sua splendida versione (impreziosita da famoso giro di basso di Garry W. Tallent). Stessa sorte subì Because the Night che fu esclusa in favore della quasi omonima Prove It All Night, ma che fu portata al successo da Patti Smith in quella che è la versione più famosa del brano. Anche The Fever era una canzone che Springsteen aveva "regalato" ad un altro artista, in questo caso il suo amico e concittadino Southside Johnny che l'aveva incisa nel 1976 con gli Asbury Jukes' in un disco prodotto dal Steve Van Zandt. La canzone fu poi incisa dalle Pointer Sister e la versione in studio del Boss comparve solo nel 1999 nella raccolta di outtakes 18 Tracks.
She's the One è preceduta da un pezzo della canzone Mona di Bo Diddley. La cosidetta Detroit Medley è composta da un gruppetto di classici degli anni '60 provenienti, appunto, dal repertorio di un gruppo di musicisti dell'area della città del Michigan, Mitch Ryder & the Detroit Wheels: Devil With a Blue Dress On, Good Golly Miss Molly, C.C. Rider e Jenny Take a Ride!. Nel tour di The River, due anni dopo, Springsteen la ampliò ulteriormente.
La versione di Rosalita suonata al Winterland è riconoscibile non solo dal celebre monologo che la introduceva, ma anche da una particolarità nel testo. Nel verso che recita «I know a pretty little place in Southern California down San Diego way» Springsteen sostituì il riferimento alla città di San Diego con «San Francisco» in un omaggio alla platea della città della Baia che parve apprezzare con calore. A metà del pezzo, inoltre, in tutti i concerti Springsteen introduceva e presentava la band e si lanciava in un divertente "duello" con il compianto Clarence "The Big Man" Clemons. La versione del Winterland è una delle più celebri.
«On the piano... professor Roy Bittan!
On the guitar... "Miami" Steve Van Zandt!
On the bass... Mr. Garry W. Tallent!
On the drums... "The Mighty" Max Weinberg
On the organ... Mr. Danny Federici!
And last but not least,... the King of the World,... the Master of the Universe..., is it a bird,... is it a plane,... he's the Big Man,... on the saxophone... Mr. Clarence Clemons»
Discografia
  • Live in the Promised Land, 3 LP, Piste Disques, Francia, ~1979-80. Triplo bootleg con una tiratura di 450 copie. Probabile riedizione di un analogo disco americano di cui si è persa traccia.
  • Live in the Promised Land, 3 CD, Great Dane Records – GDR CD 8906, Italia, anni '90. Box set con un libretto di 20 pagine. Contiene la registrazione completa del concerto con 3 canzoni non presenti nella versione su vinile e non contiene Spirit in the Night:
  1. Tenth Avenue Freeze-Out
  2. Raise Your Hand
  3. Quarter to Three
  • Winterland Night, 3 CD, Crystal Cat Records 471-73, Europa (EEC). Triplo CD che contiene l'intero concerto e un gruppetto di canzoni registrate in altre date del Darkness on the Edge Tour:
  1. Growin' Up
  2. The Promise
  3. I Fought the Law
registrate a Seattle il 25 giugno e
  1. Heartbreak Hotel
  2. Lost in the Flood
  3. Adam Raised a Cain
  4. Chimes of Freedom
registrate a Detroit il 1° settembre.
  • Prodigal Son at Winterland, the 25th Anniversary Remaster, Prodigal Son PS 001, USA, anni 2000. Versione "rimasterizzata" dell'intero concerto, ma purtroppo senza alcune parti parlate (tra cui quella di Rosalita)

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